Successe una mattina del 1998, avevo da poco compiuto nove anni.
Spesso accade che la dimensione onirica non riesca a seguire il flusso degli eventi e sotto le coperte ci è ancora concesso vivere la realtà così come la vorremmo.
Sono sicura di aver fatto un bel sogno quella notte.
Quando apriì gli occhi nulla nella mia stanza era cambiato.
Al tempo vivevo in un complesso di case popolari,
costruite dal razionalista Luigi Moretti.
Case grandi in cui si insediarono, negli anni Sessanta, i primi pionieri del Torrino.
Mio nonno insegnava e scolpiva, mia nonna cercava di sbancare il lunario per far crescere sette figli. Ne avrebbe dovuti avere otto, dopo qualche anno ne avrebbe avuti sei.
Walter venne alla luce solo per qualche secondo;
Pino, cantautore e artista visivo, morì nel Cinema Statuto, un evento di cronaca nazionale che tutt'oggi viene ricordato. Un mio docente ne parlò poche settimane fa a lezione, piansi silenziosalmente fingendo di cercare qualcosa nella borsa.
Non ho mai conosciuto Pino, se non tramite le sue canzoni e i suoi disegni e con il tempo ho capito di assomigliargli.
Avevamo una sua foto in salone, tra l'ingresso e la porta del bagno; l'arredamento della casa era spesso cambiato in quegli anni, così la collocazione dei quadri ma quella foto era sempre lì.
Papà non l'avrebbe mai tolta né spostata perché voleva vederlo ogni volta che usciva ed entrava dalla porta.
La casa era composta da molte stanze, la più vicina alla mia era lo studio.
Lì veniva spesso a dormire nonno.
Quelle notti facevo irruzione nella camera fingendo dolori muscolari al collo e alla schiena. Era bravissimo a fare i massaggi e io cercavo di sfruttare al massimo il poco tempo che mi riservava.
Quando mamma e papà andarono ad abitare in quella casa, lui tornò in Calabria; veniva a trovarci di rado e quando tornava mettevamo in atto il nostro tacito rituale fatto di massaggi, mostaccioli a forma di cavallo e pomeriggi nel suo atelier in soffitta.
Morì a Roma, durante una delle sue visite.
Lui e mamma avevano litigato e non poteva alloggiare da noi perciò prese una stanza in un hotel al Vaticano. Restava una settimana e ogni giorno andava a visitare un nipote.
La notte in cui morì precedeva il giorno del nostro rituale.
Nella sua valigia trovarono un cavallo di pane duro.
Quella mattina mi svegliai con un senso di nausea che non avevo mai provato prima (ancora non sapevo che quella sensazione mi avrebbe accompagnata per i futuri tredici anni, ad ogni risveglio). Cercai dentro di me di recuperare il minimo frammento del sogno di quella notte, mi sarebbe bastata anche la più piccola sensazione, qualcosa che mi spingesse a chiudere nuovamente gli occhi. Ma il cuscino era granitico e le coperte leggere cercavano di stritolare le mie gambe come uno di quei serpenti di cui temevo tanto da bambina; ero convinta che ce ne fosse uno in fondo al letto, pronto a divorarmi non appena chiudessi gli occhi.
Sono sempre stata bassa, cosa ci sia in fondo al letto è un mistero che le dita dei miei piedi non sono mai riuscite a svelare. Potresti esserci anche tu se solo volessi inventarmelo.
Avrei voluto far credere all'ombra scura che si nascondeva nell'angolo della finestra della mia camera di avere ancora sonno, che quella fosse una qualsiasi domenica autunnale in cui potersi rigirare sotto le coperte e ricominciare a sognare aspettando che loro ti sveglino.
Ma mamma e papà sicuramente dormivano ancora.
Nella penombra, i miei giocattoli. Ero piena di giocattoli da bambina.
Tentai un approccio con qualcuno di loro, non ricordo quale scelsi.
Forse la casa di barbie con l'ascensore automatizzato.
Era stato un regalo di Natale.
Il Natale del 1997 fu l'ultimo della mia vita, il più bello in assoluto.
Indossavo una salopette di velluto a costine rosa scuro ed ero felice,
tanto felice che nella foto che mi scattarono quella notte avevo un'odiosa faccia ebete mentre posavo seduta sulla confezione di un panettone bauli, nel grande salone di casa con i suoi divani blu e un enorme albero adobbato tradizionalmente con le decorazioni di famiglia e con quelle che creavo io ogni anno per la ricorrenza. Chissà che fine hanno fatto tutte quelle cose.
Giocare non era così divertente quella mattina.
Le barbie erano plastica senz'anima, i peluche mi guardavano con un sorriso freddo e idiota ostentando non so più che tipo di felicità (come io in quella foto), i colori che custodivo gelosamente sulla mia scrivania sembravano strani utensili per i quali non disponevo di istruzioni.
Mi guardavo attorno ma nulla mi sembrava più così allettante.
La camera era diventata vuota.
Il comodino, invece, era la mia cassaforte.
Lì vi tenevo gli oggetti più preziosi, fumetti, diari, qualche libro, cose così.
Tirai fuori tutto ciò che era nei due cassetti.
Avevo bisogno di una dimensione sostitutiva, una nuova stanza.
Vi trovai il walkman che mi regalarono l'anno prima Gerardo e Samantha, una coppia che frequentavamo spesso, degli zii acquisiti che vivevano in un bellissimo monocale in Via Alessandria.
Loro mi facevano sempre i regali che mamma e papà erano più restii a comprarmi, come gli uccelli. In realtà non ho mai voluto degli uccelli ma andavano bene comunque.
Non potevo avere né un gatto né un fratellino e mi accontentai di due pappagalli, di quelli che non parlano purtroppo. Ma non importava. Io parlavo sempre da sola.
Avevo anche qualche cassetta musicale.
Mia mamma me ne comprava sempre una all'uscita del supermercato; le prendeva dall'uomo più fortunato e generoso del mondo, che aveva tutte le cassette che esistevano e le metteva su un telo bianco per strada e le dava agli altri. A me stava molto simpatico.
Ogni epifania poi ne ricevevo ben due in un giorno.
L'anno prima ricevetti gli Aqua ed Elton John.
Poi ce ne erano alcune che mi avevano regalato nonno e papà, come le Favole al Telefono di Rodari e lo Zecchino D'Oro del 1994.
Quest'ultima era già dentro il lettore verde acqua.
Amavo ascoltare le musicassette mentre camminavo perché davano una luce diversa alle cose che avevo intorno; i volti della gente, gli edifici, anche gli odori cambiavano passando attraverso il filtro della melodia e delle parole che uscivano dalle cuffiette per arrivare dritte ai miei timpani. Solo io potevo vedere quelle cose in quel determinato momento, era la mia visione segreta.
Mi sembrò un buon piano per affrontare il corridoio.
Mi scappava la pipì e il bagno era esattamente dalla parte opposta della casa, vicino all'ingresso che dava sull'ampio salone che aveva visto il mio ultimo Natale.
Incastrai le cuffie nelle orecchie e premetti il tasto play.
Attraversai il corridoio tenendo le palpebre serrate, superai la porta dello studio, poi quella della camera da letto dove papà e mamma dormivano ancora, così il guardaroba e la cucina.
Ad occhi chiusi e con la musica dentro, ce l'avevo fatta.
Conoscevo a memoria la casa, ero spesso costretta a percorrerla al buio quando era notte e mi scappava la pipì. D'altronde non c'erano ostacoli in mezzo, non un mobile, almeno fino all'ingresso che portava al bagno e al salone.
Era tutto come sempre, al buio sentivo gli odori di casa e i piedi scalzi riconoscevano le stesse mattonelle.
Ero a casa mia, in una domenica autunnale qualsiasi, mi scappava solo la pipì e mamma dormiva, papà dormiva. Sicuramente dormiva.
Urtai il tavolino dell'ingresso con le dita del piede sinistro, apriì gli occhi dallo spavento, il walkman cadde a terra, le cuffie si sfilarono e io cominciai a piangere a dirotto.
Piansi per minuti che sembravano ore.
Quando mamma mi chiese cosa fosse successo le dissi che il dolore al mignolo era insopportabile.
In realtà mi ero accorta che la foto di Pino non c'era più.
Papà, infatti, non si era dimenticato di portarla con sé.
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