è già un po' che non ci sentiamo e la sua assenza crea un doloroso vuoto in me.
Sono profondamente dispiaciuta ma non poteva andare altrimenti.
Non avrei mai potuto liberarmi del mio male di vivere se non soffrendolo fino in fondo e la ringrazio per essermi stato vicino come ha potuto.
Lei, mio caro Astolfo, non c'entra nulla con questo e credo che sappia che nei momenti in cui stavo bene l'ho amata profondamente.
Così ora la amo molto, ma so il danno che le ho arrecato e ne sono molto dispiaciuta.
Vorrei che sapesse che nulla del mio male è stato dettato dalla sua vita o la sua esistenza bensì dall'impossibilità di liberare la mia.
La mia vita non è qui e questo oramai lo sentivo da lungo tempo, direi da anni.
Qui purtroppo, mio Astolfo, il ritmo della vita è dettato dalle mete che ti poni.
E io ho costretto me stessa in queste credendo che non sarei mai riuscita ad allontanarmi. Ogni volta che sentivo di averlo fatto mi accorgevo che non potevo prescindere dal tornare, guardavo le caviglie e vedevo delle catene stringerle, catene lunghe quanto le passeggiate che abbiamo fatto.
Ogni giorno. Finché tutto non è stato contaminato.
La consapevolezza del mio vivere a metà ha cominciato ad annebbiare la mia vista, tanta la disperazione che provavo nel sapere che sì, era comunque l'ennesima notte su quel divano, l'ennesimo giorno passato ad affacciarmi al balcone sforzando lo sguardo oltre i palazzi. L'ennesima sera su un letto non mio, senza i miei colori, le mie forbici e i fogli di giornale.
Così nell'impossibilità di vivere qui dentro, sognavo di farlo fuori.
E sognavo lei Astolfo, perché in quel momento era l'unica cosa in cui potermi specchiare per vedere me stessa.
Il mio dolore, profondo e radicato negli anni, non poteva estinguersi attraverso di lei però.
Ho sempre saputo di avere questo male ma, capisce, non è facile ammetterlo né tanto meno prendere ed andare via da un luogo che per quanto non senta mio, ha un odore che riconosco. Stasera ho abbracciato mia madre, ho pianto e le ho detto che mi mancherà, tantissimo.
Forse, se fossi scappata prima da questo letto recintato, saremmo stati felici ma ciò era impossibile, non potevo farlo con tanta leggerezza, non è così che succede e non è plausibile che questo accada, perché nonostante i litigi e le difficoltà, c'è un bene profondo che mi lega a quella donna.
Non ho mai voluto vivere la sua vita, Astolfo, ma non sapevo come vivere la mia.
Sentivo di avere in me qualcosa di più profondo, qualcosa di inesplicabile costantemente oppresso dalla paura di tornare qui, dalla frustrazione di non riuscire a vivere da sola, di non poter coltivare privatamente una mia passione ma dover aspettare su questo letto che arrivasse il giorno successivo; dovermi rigirare ogni notte su un divano che non voleva accogliere i miei sogni ma anzi, mi imprigionava nei pensieri.
Odiavo me stessa quando la vedevo prendersela con lei, chiederle aiuto e poi non riuscire ad esplicarle in cosa consistesse questa emergenza esistenziale.
Ma cosa avrei dovuto dirle, io stessa ero terrorizzata da questa realtà e dalla possibilità di perdere il mio Astolfo.
Ma quando anche lei ha cominciato a star male ormai era troppo tardi.
Io stavo finalmente lottando contro quel male ma quello aveva lasciato in me dei sintomi contagiosi che solo con una lunga febbre, come quella che mi ha colpita in questi giorni, sarebbero potuti sparire. E lei non poteva permettersi di condividere anch'essa con me; ed è salito sul suo Ippogrifo.
Paradossalmente so che ora sarei stata pronta.
Potrei continuare a spiegarle, caro Astolfo,
potrei rivelarle la mia profonda speranza che lei abbia la fiducia e la forza di volermi. Ed accorgersi che mancava solo quel passo per essere felice.
Ma lei ora non mi vuole più Astolfo.
Fa male dirlo.
So che è arrivato il momento di salutarla,
le auguro buon viaggio,
spero che una volta di ritorno, trovata l'ampolla giusta,
lei venga a cercarmi.
Sua,
Rodopi liberata.
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