domenica 29 maggio 2011

la storia di G. (atto secondo)

Successe una mattina del 1998, avevo da poco compiuto nove anni.
Spesso accade che la dimensione onirica non riesca a seguire il flusso degli eventi e sotto le coperte ci è ancora concesso vivere la realtà così come la vorremmo.
Sono sicura di aver fatto un bel sogno quella notte.

Quando apriì gli occhi nulla nella mia stanza era cambiato.

Al tempo vivevo in un complesso di case popolari,
costruite dal razionalista Luigi Moretti.
Case grandi in cui si insediarono, negli anni Sessanta, i primi pionieri del Torrino.
Mio nonno insegnava e scolpiva, mia nonna cercava di sbancare il lunario per far crescere sette figli. Ne avrebbe dovuti avere otto, dopo qualche anno ne avrebbe avuti sei.
Walter venne alla luce solo per qualche secondo;
Pino, cantautore e artista visivo, morì nel Cinema Statuto, un evento di cronaca nazionale che tutt'oggi viene ricordato. Un mio docente ne parlò poche settimane fa a lezione, piansi silenziosalmente fingendo di cercare qualcosa nella borsa.
Non ho mai conosciuto Pino, se non tramite le sue canzoni e i suoi disegni e con il tempo ho capito di assomigliargli.
Avevamo una sua foto in salone, tra l'ingresso e la porta del bagno; l'arredamento della casa era spesso cambiato in quegli anni, così la collocazione dei quadri ma quella foto era sempre lì.

Papà non l'avrebbe mai tolta né spostata perché voleva vederlo ogni volta che usciva ed entrava dalla porta.

La casa era composta da molte stanze, la più vicina alla mia era lo studio.
Lì veniva spesso a dormire nonno.
Quelle notti facevo irruzione nella camera fingendo dolori muscolari al collo e alla schiena. Era bravissimo a fare i massaggi e io cercavo di sfruttare al massimo il poco tempo che mi riservava.
Quando mamma e papà andarono ad abitare in quella casa, lui tornò in Calabria; veniva a trovarci di rado e quando tornava mettevamo in atto il nostro tacito rituale fatto di massaggi, mostaccioli a forma di cavallo e pomeriggi nel suo atelier in soffitta.
Morì a Roma, durante una delle sue visite.
Lui e mamma avevano litigato e non poteva alloggiare da noi perciò prese una stanza in un hotel al Vaticano. Restava una settimana e ogni giorno andava a visitare un nipote.
La notte in cui morì precedeva il giorno del nostro rituale.
Nella sua valigia trovarono un cavallo di pane duro.

Quella mattina mi svegliai con un senso di nausea che non avevo mai provato prima (ancora non sapevo che quella sensazione mi avrebbe accompagnata per i futuri tredici anni, ad ogni risveglio). Cercai dentro di me di recuperare il minimo frammento del sogno di quella notte, mi sarebbe bastata anche la più piccola sensazione, qualcosa che mi spingesse a chiudere nuovamente gli occhi. Ma il cuscino era granitico e le coperte leggere cercavano di stritolare le mie gambe come uno di quei serpenti di cui temevo tanto da bambina; ero convinta che ce ne fosse uno in fondo al letto, pronto a divorarmi non appena chiudessi gli occhi.
Sono sempre stata bassa, cosa ci sia in fondo al letto è un mistero che le dita dei miei piedi non sono mai riuscite a svelare. Potresti esserci anche tu se solo volessi inventarmelo.

Avrei voluto far credere all'ombra scura che si nascondeva nell'angolo della finestra della mia camera di avere ancora sonno, che quella fosse una qualsiasi domenica autunnale in cui potersi rigirare sotto le coperte e ricominciare a sognare aspettando che loro ti sveglino.
Ma mamma e papà sicuramente dormivano ancora.

Nella penombra, i miei giocattoli. Ero piena di giocattoli da bambina.
Tentai un approccio con qualcuno di loro, non ricordo quale scelsi.
Forse la casa di barbie con l'ascensore automatizzato.
Era stato un regalo di Natale.
Il Natale del 1997 fu l'ultimo della mia vita, il più bello in assoluto.
Indossavo una salopette di velluto a costine rosa scuro ed ero felice,
tanto felice che nella foto che mi scattarono quella notte avevo un'odiosa faccia ebete mentre posavo seduta sulla confezione di un panettone bauli, nel grande salone di casa con i suoi divani blu e un enorme albero adobbato tradizionalmente con le decorazioni di famiglia e con quelle che creavo io ogni anno per la ricorrenza. Chissà che fine hanno fatto tutte quelle cose.

Giocare non era così divertente quella mattina.
Le barbie erano plastica senz'anima, i peluche mi guardavano con un sorriso freddo e idiota ostentando non so più che tipo di felicità (come io in quella foto), i colori che custodivo gelosamente sulla mia scrivania sembravano strani utensili per i quali non disponevo di istruzioni.
Mi guardavo attorno ma nulla mi sembrava più così allettante.

La camera era diventata vuota.

Il comodino, invece, era la mia cassaforte.
Lì vi tenevo gli oggetti più preziosi, fumetti, diari, qualche libro, cose così.
Tirai fuori tutto ciò che era nei due cassetti.
Avevo bisogno di una dimensione sostitutiva, una nuova stanza.
Vi trovai il walkman che mi regalarono l'anno prima Gerardo e Samantha, una coppia che frequentavamo spesso, degli zii acquisiti che vivevano in un bellissimo monocale in Via Alessandria.

Loro mi facevano sempre i regali che mamma e papà erano più restii a comprarmi, come gli uccelli. In realtà non ho mai voluto degli uccelli ma andavano bene comunque.
Non potevo avere né un gatto né un fratellino e mi accontentai di due pappagalli, di quelli che non parlano purtroppo. Ma non importava. Io parlavo sempre da sola.

Avevo anche qualche cassetta musicale.
Mia mamma me ne comprava sempre una all'uscita del supermercato; le prendeva dall'uomo più fortunato e generoso del mondo, che aveva tutte le cassette che esistevano e le metteva su un telo bianco per strada e le dava agli altri. A me stava molto simpatico.
Ogni epifania poi ne ricevevo ben due in un giorno.
L'anno prima ricevetti gli Aqua ed Elton John.
Poi ce ne erano alcune che mi avevano regalato nonno e papà, come le Favole al Telefono di Rodari e lo Zecchino D'Oro del 1994.
Quest'ultima era già dentro il lettore verde acqua.

Amavo ascoltare le musicassette mentre camminavo perché davano una luce diversa alle cose che avevo intorno; i volti della gente, gli edifici, anche gli odori cambiavano passando attraverso il filtro della melodia e delle parole che uscivano dalle cuffiette per arrivare dritte ai miei timpani. Solo io potevo vedere quelle cose in quel determinato momento, era la mia visione segreta.

Mi sembrò un buon piano per affrontare il corridoio.
Mi scappava la pipì e il bagno era esattamente dalla parte opposta della casa, vicino all'ingresso che dava sull'ampio salone che aveva visto il mio ultimo Natale.

Incastrai le cuffie nelle orecchie e premetti il tasto play.

Attraversai il corridoio tenendo le palpebre serrate, superai la porta dello studio, poi quella della camera da letto dove papà e mamma dormivano ancora, così il guardaroba e la cucina.

Ad occhi chiusi e con la musica dentro, ce l'avevo fatta.

Conoscevo a memoria la casa, ero spesso costretta a percorrerla al buio quando era notte e mi scappava la pipì. D'altronde non c'erano ostacoli in mezzo, non un mobile, almeno fino all'ingresso che portava al bagno e al salone.

Era tutto come sempre, al buio sentivo gli odori di casa e i piedi scalzi riconoscevano le stesse mattonelle.

Ero a casa mia, in una domenica autunnale qualsiasi, mi scappava solo la pipì e mamma dormiva, papà dormiva. Sicuramente dormiva.

Urtai il tavolino dell'ingresso con le dita del piede sinistro, apriì gli occhi dallo spavento, il walkman cadde a terra, le cuffie si sfilarono e io cominciai a piangere a dirotto.
Piansi per minuti che sembravano ore.
Quando mamma mi chiese cosa fosse successo le dissi che il dolore al mignolo era insopportabile.

In realtà mi ero accorta che la foto di Pino non c'era più.
Papà, infatti, non si era dimenticato di portarla con sé.

"...could have been no two hearts so open, no tastes so similar, no feelings so in unison, no countenances so beloved..."





Pick a place. I'll be there, I promise.

And when were you hoping to dine with us?
Two years from tomorrow.
Two years from tomorrow?
Yeah.
Two years?
From tomorrow.

venerdì 27 maggio 2011

End of the night, end of the first act

Days are getting darker
Monday we baptysed as a brand new Sunday
Waking in the morning is becoming harder
After sleepless night
we decided to kill her
Everything seems to conspire against us
Her gentle dance reflects her own light
Our little sweety sweet sunshine
Envy, Envy, Envy, Envy what we felt
Why she cannot damnly be like some other else
"don't tell'em loud"
Our time supposly coming to an end
conspiracy the best thing to conclude the first act
maybe we should better define this concept
killing queen the tragic epilogue par-excellence
Everything seems to conspire against us
End of the night, End of the first act

lunedì 23 maggio 2011

venerdì 20 maggio 2011

now i know/now i can

mercoledì 18 maggio 2011

Presente

Perché attraversare la città per vederti era stancante e avevo bisogno di pause,
perché non volevo farti scegliere tra un impegno con me e la tua necessità di essere presente con la tua famiglia e pensavo di aiutarti,
perché con te potevo essere me stessa e fare ciò che mi piaceva fingendo che quel divano non esistesse,
perché quando stavi male e non potevi uscire volevo farti compagnia,
perché volevo coinvolgerti nei miei progetti e avere la tua partecipazione,
per molti altri motivi,
decisamente più puri di quanto tu abbia creduto, forse estremizzati da un malessere interiore.

Il mio andarmene via, nel senso di farlo per te,
implicava un poterci vedere anche per mezz'ora senza che io ci mettessi 40 minuti,
lo smettere di dover prevedere dove si andasse o se la tua casa sarebbe stata libera,
cose fattuali oltre che psicologiche.
Cambi reali in cui te non hai creduto
o che probabilmente non volevi proprio.

Hai preso il mio amore, mi hai convinta a cedere ai miei timori e hai vissuto la tua versione delle cose. Non potrai mai sapere cosa poteva succedere tra noi e mi dispiace per te.

Avevo comprato della cioccolata fondente per voi e ora non so che farne,
è troppo amara.

Liberati dai fardelli, smettila di tenere tutto dentro.
Non credere che non lo sappia.
So chi sei e cosa fai ogni giorno. E non riesci mai a sfogarlo.
Racconti finzioni o dici poco.
Vieni qui, saliamo sul tetto e urla.
Sai anche tu cosa c'è tra noi,
purtroppo il mio male era a prescindere da questo,
dovevo fare un atto concreto e ora mi sto bene, sempre.
Ora sono pronta.
Abbi fiducia, vieni. Il resto verrà tutto da solo.

martedì 17 maggio 2011

Quando si ama una donna non si comincia sicuramente a misurarle gli arti.

Potrei iniziare da qualche parte,
un espediente qualsiasi per cominciare un racconto,
un filo logico o una qualsiasi linearità sentimentale che si concluda con la dichiarazione dell'ennesima consapevolezza.
A volte rimane solo la schiettezza; quel che non hai saputo darmi prima che il giudizio, ormai divenuto definitivo, è crollato perentorio su di me insieme al mondo per cui ho lottato, seriamente, nonostante la frustrazione dei miei ultimi 10 anni di vita vissuti male e nella credenza che sarebbe cambiato, non solo per me ma per noi.
Io ce l'ho fatta, ho ribaltato le cose , mi sono costruita un gazebo, ho una finestra sul cortile e la bellezza della vita.
Mi hai giudicata, nonostante sapessi cosa stavo vivendo dentro di me, nonostante avresti dovuto capire che non si risolveva con due coccole e un ti amo ma con il tempo e con la volontà, che io nonostante tutto ho avuto.
Mi sono fidata del tuo incoraggiarmi a vivere e sì, sentivo di poter essere me stessa con te, eri la mia cameretta a cui sicuramente tavolta mi sono aggrappata troppo, riempiendola di pensieri quanto di amore.
Hai disprezzato.
Dicevi di averci provato, di avermi provato a parlare ma tutto ciò che ricordo sono liti isteriche; non ricordo nessuno che mi abbia invitata a sedermi, a guardarci negli occhi e a parlare, seppur duramente, su come se non avessi trovato una soluzione da sola allora sarebbe finita male.
Hai coltivato il tuo deleterio giudizio, regalandomi qualche sfuriata che sapeva di frustrazione, accuse su privazioni che io stessa non capivo, semplicemente perché non dettate da una mia consapevolezza.
Dentro me sapevo che il mio male era un problema ma io stessa l'ho subìto, non l'ho di certo né voluto né creato.
Quando abbiamo cominciato ad amarci cercavo di farti capire il mio terrore,
sentivo un vuoto e una confusione così forti in me,
ero persa, ti amavo ma temevo il peggio.
Mi hai chiesto di avere fiducia e ne ho avuta.
Nonostante il terrore, le ansie, i miei errori, il nostro amore era la mia unica certezza e dopo mesi, dopo quel terribile accaduto nella tua vita, iniziato con una corsa in ospedale, dopo aver realizzato che ero fiera di ciò che facevi e che dovevo provvedere da sola alla mia solitudine, che non avresti potuto ospitarmi più di quanto facessi o aspettare ogni notte che io rincasassi, ho deciso di dare un taglio.
Per me stessa ma anche per noi.
Hai avuto il coraggio di rinfacciarmi che tu facessi parte della mia scelta.
Volevo solo vivere e farlo con te, liberamente.
Essere forte, avere i miei spazi e poter essere finalmente una spalla forte, come tu lo sei stato per me.
Ma ormai la tua fiducia era sparita,
per te ero solo una povera bimba malata che si stava logorando;
mi hai lasciata su un marciapiede, con l'occasione di una battuta acida.
La aspettavi.
Fossi stata furba, avessi finto di star bene, come tu hai finto di volermi per giorni, forse mesi. Forse saremmo stati bene fingendo.
Ho voluto vivere il mio dolore fino in fondo, lasciare che questo mi disperasse per poter avere davvero la forza di salutare mia madre e decidere di riprendermi la mia vita.

Non hai distrutto me, quello avresti potuto farlo,
parlarmi seriamente, guardandomi negli occhi, aiutandomi a fare in modo che io capissi che quel male, quei 10 anni frustranti, stavano mettendo in crisi il nostro rapporto più seriamente di quanto pensassi o sperassi.
Avrei sofferto ma ne avrei tratto forza e fiducia anche dal tuo essere brutale pur senz lasciarmi, dimostrandomi che l'amore sa fare questo e non il tuo odio radicato per me. Lucidamente. Non urlandomi o sbattendomi la testa ad un muro.
Su una panchina, un prato, non su un marciapiede.

Ma tu hai deciso di distruggere il nostro amore.
Lo hai colpevolizzato di rubarti tempo ed amici, di averti esasperato, di esser stato cieco ai tuoi tentativi. Credi davvero sia colpa sua?
Credi davvero meritasse questo? I tuoi silenzi, il tuo dirmi che andava tutto bene sperando che io mi svegliassi realizzando e dicendomi di poter vivere così, tanto ci amavamo.
Tanto ci amavamo ma io non potevo vivere così.
E ho smesso di farlo. Per te questo era un ulteriore peso.
Dovevo rimanere nei miei spazi godendo di quelli.

Mi dispiace.
Io quell'amore non l'ho mai perso,
tu non hai avuto la forza.
Te ne avrei data.
Non hai avuto fiducia.

Spero che un giorno tu capisca.
E che tu abbia ancora la possibilità di ritrovare ciò che hai perso.
Io so cos'è.
Anche se inventerai sicuramente qualche favola convincente per dirti che sì,
era meglio così.

venerdì 13 maggio 2011

Lettera Sincera ad Astolfo

Buonasera Signor Astolfo,
è già un po' che non ci sentiamo e la sua assenza crea un doloroso vuoto in me.
Sono profondamente dispiaciuta ma non poteva andare altrimenti.
Non avrei mai potuto liberarmi del mio male di vivere se non soffrendolo fino in fondo e la ringrazio per essermi stato vicino come ha potuto.

Lei, mio caro Astolfo, non c'entra nulla con questo e credo che sappia che nei momenti in cui stavo bene l'ho amata profondamente.
Così ora la amo molto, ma so il danno che le ho arrecato e ne sono molto dispiaciuta.

Vorrei che sapesse che nulla del mio male è stato dettato dalla sua vita o la sua esistenza bensì dall'impossibilità di liberare la mia.

La mia vita non è qui e questo oramai lo sentivo da lungo tempo, direi da anni.

Qui purtroppo, mio Astolfo, il ritmo della vita è dettato dalle mete che ti poni.
E io ho costretto me stessa in queste credendo che non sarei mai riuscita ad allontanarmi. Ogni volta che sentivo di averlo fatto mi accorgevo che non potevo prescindere dal tornare, guardavo le caviglie e vedevo delle catene stringerle, catene lunghe quanto le passeggiate che abbiamo fatto.
Ogni giorno. Finché tutto non è stato contaminato.
La consapevolezza del mio vivere a metà ha cominciato ad annebbiare la mia vista, tanta la disperazione che provavo nel sapere che sì, era comunque l'ennesima notte su quel divano, l'ennesimo giorno passato ad affacciarmi al balcone sforzando lo sguardo oltre i palazzi. L'ennesima sera su un letto non mio, senza i miei colori, le mie forbici e i fogli di giornale.
Così nell'impossibilità di vivere qui dentro, sognavo di farlo fuori.
E sognavo lei Astolfo, perché in quel momento era l'unica cosa in cui potermi specchiare per vedere me stessa.

Il mio dolore, profondo e radicato negli anni, non poteva estinguersi attraverso di lei però.

Ho sempre saputo di avere questo male ma, capisce, non è facile ammetterlo né tanto meno prendere ed andare via da un luogo che per quanto non senta mio, ha un odore che riconosco. Stasera ho abbracciato mia madre, ho pianto e le ho detto che mi mancherà, tantissimo.

Forse, se fossi scappata prima da questo letto recintato, saremmo stati felici ma ciò era impossibile, non potevo farlo con tanta leggerezza, non è così che succede e non è plausibile che questo accada, perché nonostante i litigi e le difficoltà, c'è un bene profondo che mi lega a quella donna.

Non ho mai voluto vivere la sua vita, Astolfo, ma non sapevo come vivere la mia.
Sentivo di avere in me qualcosa di più profondo, qualcosa di inesplicabile costantemente oppresso dalla paura di tornare qui, dalla frustrazione di non riuscire a vivere da sola, di non poter coltivare privatamente una mia passione ma dover aspettare su questo letto che arrivasse il giorno successivo; dovermi rigirare ogni notte su un divano che non voleva accogliere i miei sogni ma anzi, mi imprigionava nei pensieri.

Odiavo me stessa quando la vedevo prendersela con lei, chiederle aiuto e poi non riuscire ad esplicarle in cosa consistesse questa emergenza esistenziale.
Ma cosa avrei dovuto dirle, io stessa ero terrorizzata da questa realtà e dalla possibilità di perdere il mio Astolfo.

Ma quando anche lei ha cominciato a star male ormai era troppo tardi.

Io stavo finalmente lottando contro quel male ma quello aveva lasciato in me dei sintomi contagiosi che solo con una lunga febbre, come quella che mi ha colpita in questi giorni, sarebbero potuti sparire. E lei non poteva permettersi di condividere anch'essa con me; ed è salito sul suo Ippogrifo.
Paradossalmente so che ora sarei stata pronta.

Potrei continuare a spiegarle, caro Astolfo,
potrei rivelarle la mia profonda speranza che lei abbia la fiducia e la forza di volermi. Ed accorgersi che mancava solo quel passo per essere felice.
Ma lei ora non mi vuole più Astolfo.
Fa male dirlo.
So che è arrivato il momento di salutarla,
le auguro buon viaggio,
spero che una volta di ritorno, trovata l'ampolla giusta,
lei venga a cercarmi.

Sua,

Rodopi liberata.


giovedì 12 maggio 2011

la storia di G. (atto primo)

A sedici anni conobbi la prima persona che potesse capire la mia sofferenza.

M. era un ragazzo del quartiere e da due anni condividevamo la routine di un'adolescenza spesa in un orgoglioso e autosufficiente micro mondo all'interno della città. Tuttavia, in tutto quel tempo, non c'eravamo mai scambiati un cenno, se non di saluto, di riconoscimento, qualcosa che segnalasse all'altro la consapevolezza della sua esistenza.

Successe in un periodo molto simile a questo, in cui il naso prude, le mani si sentono sporche e il gazebo di legno nel parco dietro casa diventa uno speciale dimenticatoio. Non ricordo quale fu il movente ma per qualche motivo ci ritrovammo a condividere un buco nero nello stomaco, la morsa che senti guardando un lago artificiale; rimani ai margini e ti specchi nella superficie cercando un riflesso migliore per il cielo.

Cominciammo a recarci al parco

Qui ci sono molti parchi, direi per ogni comprensorio, anzi uno per ogni gruppo di palazzi abbinati tra loro per forma e colore. Sono parchi vuoti, poco vissuti; è come se ogni bambino avesse il suo, ogni bambino che vive in uno di quei gruppi di palazzi uguali nella forma e nel colore.

Appena calava il buio io e M. ci incontravamo in uno di questi, in quello che prima apparteneva al mio gruppo di palazzi (ora ce n'è uno in più solo per il mio e un altro perché credo che qualcuno si sia accorto che erano uguali agli altri solo per il colore, non per la forma).
Ci sedevamo sulle scalette di legno che conducevano al pianerottolo delle "giostre-castello" e fissavamo le stelle senza parlare, come se non ci conoscessimo.

Non ci conoscevamo in effetti. E non volevamo farlo.
Fissavamo il cielo aspettando il momento in cui saremmo stati felici, in cui avremmo trovato qualcosa che potessimo amare senza vincoli.
Ogni tanto progettavamo di prosciugare il lago che odiavamo o di sprofondarci dentro e ci chiedevamo quando sarebbe stato il momento giusto per andare via e ricominciare altrove.

Iniziammo a giocare a fare gli amanti.
Ogni sera mi riaccompagnava sotto casa con la sua bicicletta, io facevo per aprire il portone, lui mi afferrava per un braccio e tirandomi a sè mi baciava, non con amore o affetto, ma con speranza.
Lo facemmo per settimane.
Non ci siamo mai scambiati i numeri di telefono.

L'estate passò in fretta e con l'inizio del nuovo anno scolastico decidemmo di staccarci e cominciare a fare i nostri primi tentativi da soli.
Ci rivedevamo ogni sei mesi circa e durante i nostri incontri facevamo finta di voler fare l'amore, leggevamo Dylan Dog e ogni tanto lui suonava il basso per me.
Dopo qualche giorno tornavamo a vivere le nostre vite separati.
Non ci piacevamo quasi per nulla.

Verso la fine dei miei diciannove anni mi recai a casa sua.
Erano passati poco più di cinque mesi dall'ultima volta.

La bicicletta era stata sostituita da una macchina e, al posto dei ricci, sulla sua testa era stato trapiantato un fitto tappeto nero, fatto di sottilissimi fili color pece, non più lunghi del gancetto di un reggiseno.
Blaterava cose in fatto di musica che sapevano di inutile virtuosismo e aveva messo da parte i fumetti per far spazio a quei libri che dovrebbero prepararti ad entrare in una di quelle facoltà scientifiche a numero chiuso, mi pare fosse medicina.

In quel quartiere stava bene ora che poteva percorrere lo stretto che portava alla città e il padre lo avrebbe sicuramente aiutato ad ottenere un camice bianco se si fosse applicato nello studio. Andare via sarebbe stato stupido e infantile, d'altronde anche lui aveva il suo parco sotto casa e, grazie alla matura età, un mezzo per collegarsi al mondo.

Quel giorno gli dissi che avevo delle commissioni da fare ed M. non ne fu così dispiaciuto.
Mentre l'ascensore mi portava via, pensai che non avrei mai permesso che ciò che avevo dentro venisse sostituito con la premura per una macchina o una laurea.
Il compromesso per collegarsi al mondo da quel reticolo di parchi e palazzi tutti uguali.

Non l'ho più rivisto.

Sono passati due anni e guardo tre gru affaticate girare su se stesse e costruire l'ennesimo limite all'orizzonte. Sotto di esse castelli di legno colorati e animali a molle sono già pronti in un nuovo recinto.

Respiro profondamente, guardo la mia gonna a fiori e continuo a riempire l'ultimo scatolone: sul fondo due multe sbiadite e una pila di fogli di appunti si sfidano nell'ennesimo tentativo di attirare la mia attenzione ma ormai è troppo tardi.

Vorrei dire ad Astolfo che ho ritrovato ciò che ha smarrito.
Non oggi.




mercoledì 11 maggio 2011

Il gatto e il guinzaglio


Poco tempo fa un mio amico mi ha detto di aver visto, in un parco vicino la zona in cui vivo, un signore che portava a spasso il gatto tenendolo con sé attraverso un guinzaglio.
Giustamente ho dato a quell'uomo del matto,
ma lentamente ho capito di esser stata capace anch'io di tale gesto.

La paura che torni da te solo per coccole e cibo
e che viva senza di te tutto il resto del tempo come se nulla fosse,
che attinga al cibo e alle coccole di chi incontra per strada,
che passeggiando si allontani troppo,
che si azzuffi e si faccia male tra le sterpaglie.

Sono sicura che quell'uomo ami quel gatto
ma che non sappia che se lo lasciasse libero,
e lo vedesse tornare comunque,
capirebbe che è inutile avere paura.

E quel gatto saprebbe che quel cibo e quelle coccole sono i più buoni, tra i mille che gli vengano offerti.
Riconoscerebbe quegli odori e quel tatto tra tutti e non esisterebbero fusa più sincere di quelle che regalerebbe al suo amico.

Non serve avere paura.
Non serve chiedersi cosa succederebbe se si slacciasse quel guinzaglio.
Quando già ci si appartiene.



Foto di Prescilla Gringott,
scattata un giorno, mentre si è persa cercando la strada.