mercoledì 1 giugno 2011

Dopo la partenza di Astolfo.

Salutato Astolfo, la volpe si sentiva frastornata.
Riusciva ancora a percepire sotto il pelo il torpore del loro ultimo abbraccio.
Era stato un annodarsi triste ed energico, quasi a voler carpire l'essenza di quell'unione in quei pochi secondi ancora concessi.
Il suo ippogrifo lo aspettava.
Era apparso quella sera improvvisamente, sul marciapiede vicino l'ospedale (dove la volpe si aspettò di venir ricoverata, ma non era abbastanza umana) e Astolfo, che probabilmente lo aveva sentito arrivare già da qualche tempo, non esitò a salirvi sopra.
Nelle ore successive quel gesto le sembrò surreale.
Aveva con sé quell'annuncio, che egli diffuse un anno prima tra gli umani e che invocava il suo ritorno ma lui non era più lì per aspettarla. Anche se sarebbero bastati ancora pochi giorni.
Eppure, se lui l'aveva veramente compresa, avrebbe potuto restare. Così come lei, che l'aveva compreso veramente, capiva il perché della sua fuga.

Astolfo, realizzò lei nei giorni successivi, stava pianificando il suo viaggio da tempo.
Anche se le lettere che le aveva scritto fino a poche ore prima non davano il minimo cenno del suo progetto. Certo, qualche frustrazione sotto pelle c'era, era percettibile da tempo e alimentava la paura che si nascondeva sotto il pelo color porpora della bestiolina, che in quel tempo aveva dovuto combattere sempre più frequentemente e duramente con la gabbia che la circondava e che non le permetteva di avvicinarsi a lui come avrebbe voluto.
Forse a farlo decidere erano stati quegli ultimi giorni,
in cui lei, vedendo assottigliarsi le sbarre che la frenavano, gli aveva confidato le sue debolezze in modo ancor più vivo. Voleva aprirsi, raccontargli quella prigionia prima di poter evadere, così che lui avrebbe potuto vedere con gli occhi di lei quanto stava per accadere.
Ma lui non vedeva.
Astolfo voleva il suo senno più di qualsiasi altra cosa, ancor più di quanto avesse mai voluto l'amore della volpe. Per questo la abbandonò sul marciapiede.

Nonostante tutto lei non smise di combattere contro quelle inferriate e una settimana dopo scappò. Trovò un giaciglio adatto e cominciò a vivere il riflesso del sole sul suo pelo color rame.
La libertà era dolce e il muso ormai asciutto mostrava un sorriso diverso da quello che aveva spesso esibito negli anni passati. Ma Astolfo le mancava. Più di prima, perché non era un bisogno ma una volontà forte e radicata in lei da mesi, che finalmente poteva manifestarsi.
Avrebbe voluto condividere quella sensazione con lui e che il suo sorriso lo accompagnasse nel viaggio; che si affacciasse dalla luna per vedere i suoi occhi. Ma di lui non c'era più traccia.
Al suo posto aveva mandato un gemello terreno, un automa umano istruito per non vedere.
Fisicamente era identico a lui ma non aveva anima e questo lo rendeva brutto.
I suoi capelli erano un cespuglio informe, il suo naso una grotta, la sua pelle invece era l'unica cosa a ricordare la superificie lunare.
Era brutto ed era brutale.
Ma lei non smetteva di amarlo.

Tre settimane e lo sognava ogni notte.
Sognava la sua partenza e lui che la portava con sé;
sognava il suo ritorno oppure che lui non fosse mai partito. Ogni maledetta notte.
E continuava a farlo, tre settimane e un giorno, e due e tre, dalla sua partenza.
Era qualcosa a cui non poteva ribellarsi, così come non aveva potuto farlo quando lo conobbe, quando cercò di fargli capire cosa sarebbe successo. La volpe non sapeva più se lui avesse mai compreso quelle parole che, seppur sommessamente, cercavano di fargli capire quanto lei stesse male e quanto temesse di buttarsi in quell'amore. Eppure lei si era fidata, lo aveva fatto. Lui le aveva promesso che ci sarebbe stato, che avrebbe aspettato che lei si liberasse ma non era vero, non lo aveva fatto.
E quando lei gli chiese di fidarsi come ella stessa aveva fatto, lui partì lasciando al suo posto un cieco manichino identico a lui ma per niente uguale.

Ella provò anche a spedirgli delle lettere, dei fuochi d'artificio che arrivassero fino alla luna.
Non rispose mai o forse gli arrivarono come pallidi riflessi rossastri di qualche strano fenomeno dell'universo in cui ora era immersa la sua anima.
Non c'era nulla che lei potesse fare, il sogno era rimasta l'unica dimensione in cui l'Astolfo lunare potesse mettersi in contatto con lei.

Tutto ciò che poteva fare era aspettare che egli finisse il suo viaggio, che tornasse nel suo corpo terreno e che non bevesse troppo senno da non capire più cosa voglia dire amare una volpe.

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