giovedì 12 maggio 2011

la storia di G. (atto primo)

A sedici anni conobbi la prima persona che potesse capire la mia sofferenza.

M. era un ragazzo del quartiere e da due anni condividevamo la routine di un'adolescenza spesa in un orgoglioso e autosufficiente micro mondo all'interno della città. Tuttavia, in tutto quel tempo, non c'eravamo mai scambiati un cenno, se non di saluto, di riconoscimento, qualcosa che segnalasse all'altro la consapevolezza della sua esistenza.

Successe in un periodo molto simile a questo, in cui il naso prude, le mani si sentono sporche e il gazebo di legno nel parco dietro casa diventa uno speciale dimenticatoio. Non ricordo quale fu il movente ma per qualche motivo ci ritrovammo a condividere un buco nero nello stomaco, la morsa che senti guardando un lago artificiale; rimani ai margini e ti specchi nella superficie cercando un riflesso migliore per il cielo.

Cominciammo a recarci al parco

Qui ci sono molti parchi, direi per ogni comprensorio, anzi uno per ogni gruppo di palazzi abbinati tra loro per forma e colore. Sono parchi vuoti, poco vissuti; è come se ogni bambino avesse il suo, ogni bambino che vive in uno di quei gruppi di palazzi uguali nella forma e nel colore.

Appena calava il buio io e M. ci incontravamo in uno di questi, in quello che prima apparteneva al mio gruppo di palazzi (ora ce n'è uno in più solo per il mio e un altro perché credo che qualcuno si sia accorto che erano uguali agli altri solo per il colore, non per la forma).
Ci sedevamo sulle scalette di legno che conducevano al pianerottolo delle "giostre-castello" e fissavamo le stelle senza parlare, come se non ci conoscessimo.

Non ci conoscevamo in effetti. E non volevamo farlo.
Fissavamo il cielo aspettando il momento in cui saremmo stati felici, in cui avremmo trovato qualcosa che potessimo amare senza vincoli.
Ogni tanto progettavamo di prosciugare il lago che odiavamo o di sprofondarci dentro e ci chiedevamo quando sarebbe stato il momento giusto per andare via e ricominciare altrove.

Iniziammo a giocare a fare gli amanti.
Ogni sera mi riaccompagnava sotto casa con la sua bicicletta, io facevo per aprire il portone, lui mi afferrava per un braccio e tirandomi a sè mi baciava, non con amore o affetto, ma con speranza.
Lo facemmo per settimane.
Non ci siamo mai scambiati i numeri di telefono.

L'estate passò in fretta e con l'inizio del nuovo anno scolastico decidemmo di staccarci e cominciare a fare i nostri primi tentativi da soli.
Ci rivedevamo ogni sei mesi circa e durante i nostri incontri facevamo finta di voler fare l'amore, leggevamo Dylan Dog e ogni tanto lui suonava il basso per me.
Dopo qualche giorno tornavamo a vivere le nostre vite separati.
Non ci piacevamo quasi per nulla.

Verso la fine dei miei diciannove anni mi recai a casa sua.
Erano passati poco più di cinque mesi dall'ultima volta.

La bicicletta era stata sostituita da una macchina e, al posto dei ricci, sulla sua testa era stato trapiantato un fitto tappeto nero, fatto di sottilissimi fili color pece, non più lunghi del gancetto di un reggiseno.
Blaterava cose in fatto di musica che sapevano di inutile virtuosismo e aveva messo da parte i fumetti per far spazio a quei libri che dovrebbero prepararti ad entrare in una di quelle facoltà scientifiche a numero chiuso, mi pare fosse medicina.

In quel quartiere stava bene ora che poteva percorrere lo stretto che portava alla città e il padre lo avrebbe sicuramente aiutato ad ottenere un camice bianco se si fosse applicato nello studio. Andare via sarebbe stato stupido e infantile, d'altronde anche lui aveva il suo parco sotto casa e, grazie alla matura età, un mezzo per collegarsi al mondo.

Quel giorno gli dissi che avevo delle commissioni da fare ed M. non ne fu così dispiaciuto.
Mentre l'ascensore mi portava via, pensai che non avrei mai permesso che ciò che avevo dentro venisse sostituito con la premura per una macchina o una laurea.
Il compromesso per collegarsi al mondo da quel reticolo di parchi e palazzi tutti uguali.

Non l'ho più rivisto.

Sono passati due anni e guardo tre gru affaticate girare su se stesse e costruire l'ennesimo limite all'orizzonte. Sotto di esse castelli di legno colorati e animali a molle sono già pronti in un nuovo recinto.

Respiro profondamente, guardo la mia gonna a fiori e continuo a riempire l'ultimo scatolone: sul fondo due multe sbiadite e una pila di fogli di appunti si sfidano nell'ennesimo tentativo di attirare la mia attenzione ma ormai è troppo tardi.

Vorrei dire ad Astolfo che ho ritrovato ciò che ha smarrito.
Non oggi.




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